
Quel blog consultato in ufficio, tra una riunione e l’altra. Il consiglio dell’amica. Il corso pre-parto un po’ farraginoso. L’epidurale che si paga o di notte non è garantita. Quando arrivano al parto, spesso, le donne non hanno un quadro completo di quel che le aspetta ma, soprattutto, di quel che loro spetta: il diritto, in primis, di scegliere e di rendersi, quindi, protagoniste incontrastate del proprio parto. Un argomento poco affrontato e che ha spinto la giornalista Rossana Campisi, con quel punto di vista neutro che si è potuta permettere non avendo ancora figli, di girare tra ginecologi, neo-mamme e ostetriche per due anni. Un’indagine densa e puntigliosa che è diventata “Partorirai con dolore. Affrontare gravidanza e maternità evitando le trappole del sistema italiano” (Bur).
Rossana, perché le donne non sono messe nelle condizioni di arrivare al parto con la giusta consapevolezza delle opportunità che hanno?
“Il nostro è un tempo particolare. Siamo orfane di un sapere tutto femminile che non viene compensato dall’apparente miriade di informazioni delle quali pensiamo di godere grazie, soprattutto, a Internet. Fino agli anni Trenta le donne arrivavano al parto senza ansie, percorrendo una strada già battuta da altre e protette dal cerchio magico di sorelle, zie e vicine di casa. I progressi della medicalizzazione ci hanno come imbrigliate, rese incapaci di scegliere ciò che è meglio per noi stesse. Per essere libere di farlo, dovremmo prima capire. Ma ci affidiamo a Internet, che è un’arma a doppio taglio: lì ti fai un’idea, certo, ma allo stesso tempo ti carichi di ansie e dubbi”.
Nel libro affronti il ruolo poco valorizzato delle ostetriche: perché le future mamme continuano a cercare prima di tutti un ginecologo quando scoprono la gravidanza?
“Credo sia un problema culturale. Quando hanno aperto le scuole di ostetricia, hanno chiamato a insegnare i ginecologi, quasi sempre uomini. Il ginecologo, in Italia, è una figura anomala: ha la doppia specializzazione in ginecologia e ostetricia ma il più delle volte, in sala parto, ci sta ben poco. Le ostetriche, negli ospedali, sono spesso asservite al medico. Ho scoperto che alcune di loro si sono licenziate perché non sopportavano, per esempio, le tante episiotomie praticate alle donne. Le linee guida ministeriali dicono che sono loro a dover seguire la donna nei nove mesi della gestazione: se, davvero, le gravidanze fisiologiche, che in Italia sono l’80% del totale, passassero nelle loro mani, ci sarebbero vantaggi per tutti. I ginecologi si potrebbero concentrare su quelle patologiche, non spalmare su chi non ne ha bisogno approcci troppo medicalizzati. E il lavoro ospedaliero verrebbe snellito moltissimo”.
Che cosa rischia una donna che, nella gravidanza, nel travaglio e nel parto non viene rispettata nelle sue esigenze e nei suoi desideri?
“Rischia prima di tutto di portarsi dietro una enorme sofferenza, che non è quella fisica legata al dolore del parto ma quella che ha che vedere con il mancato rispetto dei propri diritti. Pensiamo al cesareo: l’Italia, in Europa, ha il primato. Ma siamo spesso stati rimproverati: le donne che hanno subito un cesareo al primo parto, per esempio, la seconda volta hanno il diritto di provare a partorire in maniera naturale. Ma questa tendenza fatica a prendere piede. Idem per il parto in casa: c’è chi ancora pensa sia illegale, chi non sa che in alcune regioni, come l’Emilia-Romagna, esiste un rimborso. Non sapere e non essere consapevoli può avere, poi, dei risvolti legali: i ginecologi sono la prima categoria medica che viene portata in tribunale. Un motivo ci sarà”.
La diversità dei protocolli regionali è controproducente?
“Spesso sì. Faccio molte volte l’esempio del numero di ecografie che si fanno ovunque al di là del numero consigliato a livello ministeriale, ovvero tre. Qualcuna ne fa addirittura venti. In Basilicata, per esempio, più della metà ne fa più di sette, mentre in Piemonte tre. Eppure il dato sulla mortalità neonatale nei primi 29 giorni in Basilicata risulta essere il doppio rispetto al Piemonte. Non sempre, dunque, aumentando il numero dei controlli si innalza la sicurezza rispetto al parto o alla salute del bambino”.
Oggi le gravide sembrano dividersi tra quelle pro-analgesia, pro-cesareo e pro-latte artificiale e quelle che pensano l’opposto: secondo te perché si è creata questa dicotomia?
“Fa parte, anche questo, di una reazione culturale che sicuramente sta avvendendo. Di questi temi, per fortuna, si parla sempre più spesso. Adesso lo si fa tirando in ballo estremismi e posizioni nette, poco a poco credo che i punti di vista si ammorbidiranno a favore di più sane, giuste e utili mezze misure. La mamma che non allatta e che fino a poco tempo fa veniva demonizzata, per esempio, è sempre meno oggetto di attacchi. Credo che la vera svolta ci sarà quando nessuna mamma verrà giudicata per le scelte che fa, perché le avrà fatte in piena libertà, pretendendo dal sistema tutte le informazioni che le servono. Le donne devono tornare ad essere protagoniste del proprio parto. Mi auguro che il tema arrivi presto a toccare i palazzi della politica”.
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