violenza donneNon usa mezzi termini Alessandro Meluzzi: “Scopri il bastardo che c’è in te” recita infatti il sottotitolo del libro “Il maschio fragile” (Cantagalli) che il noto psichiatra presenta stasera alle 21,30 a Castel Sismondo (Rimini) all’interno della rassegna “Moby Cult”. L’aggettivo bastardo non è provocatorio: “Ho scelto il termine con il quale, nel linguaggio comune, ci si riferisce agli uomini malvagi, che fanno male alle donne. Ma la mia intenzione era raccontare come dietro comportamenti animaleschi ci siano anime molto fragili”.
Meluzzi, esiste un identikit dell’uomo che violenta, molesta, uccide la donna?
“Si tratta di maschi che, nell’infanzia, hanno avuto uno scarso attaccamento alle figure di riferimento. Sono uomini che non elaborano la frustrazione della perdita. Persone depresse, immature e nevrotiche che, di fronte all’abbandono, non sanno reagire se non con la disperazione e la violenza”.
Lui ha avuto un raptus ma era un bravo ragazzo. Lei se l’è cercata. Quanti luoghi comuni esistono intorno al fenomeno della violenza e del femminicidio?
“Molti. Non si comprende, al di là dei casi di cronaca, che il fenomeno è patologico, va prevenuto e curato. Il femminicidio non irrompe nella vita della donna venendo dalla luna, bensì dalla sua vita”.
La donna a quali segnali deve prestare attenzione?
“La donna, da un uomo presente, accudente, innamorato e al limite della dipendenza all’inizio può essere anche attratta e gratificata. Ma il primo segnale va colto appena lei esprime la sua autonomia, che non significa per forza una separazione, e lui reagisce male”.

Alessandro Meluzzi
Alessandro Meluzzi

I figli, in questo contesto, semplificano o complicano?
“I figli sono l’aggravante. Quando un uomo fragile, davanti a un abbandono, risponde con la violenza, immaginiamoci come affronterà il distacco dai figli. Da qui i casi estremi di omicidio-suicidio di cui purtroppo, ogni tanto, sentiamo parlare”.
Oggi, in Italia, esistono alcune esperienze di centri per uomini maltrattanti: che cosa ne pensa?
“Tutto può servire ma io credo poco nei problemi raccolti a valle. Bisogna fare prevenzione, superando l’idea che il femminicidio sia una piaga dal punto di vista quantitativo. Lo è, al contrario, sul versante culturale, perché è la punta dell’iceberg di una crisi molto più diffusa che riguarda i rapporti tra uomo e donna”.