Tanto cuore e poca burocrazia, molta anima e pochi vademecum pratici. “Un bimbo mi aspetta”, la pagina Facebook aperta da un papà romano come “sfogatoio educato sulle frustrazioni del percorso adottivo”, è diventata dopo due anni un diario poetico e delicato su quello che significa fare famiglia senza concepimenti, gravidanze e parti. E molti dei messaggi sono per lei, la piccola cinese di “31 mesi” che da oltre un anno riempie la vita dei suoi nuovi genitori. A., 40 anni, pubblicitario, non usa sconti quando parla delle difficoltà e degli ostacoli che si incontrano lungo la via da quando si decide per l’adozione a quando, papà e mamma, lo si diventa davvero.
Qual è il problema più grosso da affrontare?
“La lunghezza del percorso. Noi siamo stati fortunati: abbiamo impiegato due anni e mezzo che, comunque, rispetto ai nove mesi di una gestazione sono parecchio di più. Mia moglie è un caterpillar: non ha mai abbassato la guardia, è sempre stata tenace, puntuale e ordinata nel gestire la miriade di appuntamenti che per mesi abbiamo dovuto onorare con assistenti sociali e compagnia. Anche i colleghi hanno dato una mano. Al mio capo, un giorno, ho detto che sopra di lui c’era una persona che ci avrebbe potuto licenziare se mi fossi perso anche solo una di quelle date: mia moglie. Senza contare quanto siamo stati addosso ai tribunali: una cartella resta nell’angolo per mesi se non rompi le scatole”.
Quanto conta, in sostanza, la motivazione?
“Moltissimo. Solo l’otto percento delle coppie che sceglie l’adozione arriva alla fine del tragitto. Questo la dice lunga sull’importanza di essere convinti, di perseverare e non arrendersi: noi abbiamo saputo di non poter avere figli in maniera brutale, dopo un aborto. E dopo poco abbiamo capito che la nostra strada non sarebbe stata quella della fecondazione assistita: in Italia, ci è parso che il business non fosse ‘farti partorire’, bensì ‘non farti partorire’. Non sentivamo di avere certezze dalla nostra parte: volevamo un figlio, sicuri che il figlio è di chi lo cresce”.
Mai avuto un ripensamento?
“Mai, solo tanta demoralizzazione in diverse occasioni. Eravamo circondati da bambini: quelli degli amici, quelli di mia sorella. Ci si scontra, poi, con parecchia ignoranza, come quella di chi ti dice che avere figli per via naturale non è la stessa cosa che adottarli. Io non saprò mai cosa è meglio e cosa è peggio: sono un papà adottivo. E con mia moglie ho da poco iniziato i documenti per la seconda adozione”.
Nell’immaginario comune, chi adotta lo fa per fare del bene: è così?
“Quasi mai. Noi abbiamo adottato perché volevamo un figlio, per un bisogno nostro. Al primo incontro l’assistente sociale ce lo fece ammettere. Credo che questo sia il motivo per cui le coppie che adottano vengono analizzate e scandagliate fino in fondo: serve la sicurezza che le persone alle quali dai un bambino siano serie e solide, che quel figlio lo desiderino davvero e fino in fondo. Quando, dopo le diverse indagini, ci restituirono il nostro identikit, mi misi a ridere: il mio non mi sembrava assomigliarmi per nulla, forse mi conoscevano meglio loro di me”.
Ci sono aspetti assurdi o esagerati che vengono indagati?
“No, nulla di strano. L’adozione è qualcosa di straordinario e le procedure per arrivare alla ‘verità’, se così possiamo chiamarla, sono per forza di cose straordinarie. Certo, visto da fuori è un mondo pazzesco: ricordo bene la sera in cui io mia moglie dovevamo depennare tutte le malattie che non saremmo stati disposti ad accettare nel bambino che ci avrebbero proposto. Ogni patologia che cancellavamo era di fatto una possibilità in meno di avere un bambino. Passammo la serata a piangere”.
Qual è stata la sensazione quando vi hanno detto che proprio quella bambina sarebbe stata vostra figlia?
“Non dimenticherò mai quanto mia moglie sia cambiata in quei pochi secondi. Non era più lei: la natura si riverbera in mille modi, non solo attraverso una gravidanza. Lei, fisicamente e mentalmente, si è trasformata nel giro di un attimo. Da quel giorno è un’altra donna e l’arrivo di nostra figlia ha avuto un effetto benefico anche su di noi come coppia, liberando tanti spettri”.
E il suo rapporto con lei, com’é?
“Di puro attaccamento fisico. Mi manca da morire quando sono fuori per lavoro, scalpito per riabbracciarla la sera. Lei è stata abbandonata a tre giorni di vita, è stata cresciuta per un anno e mezzo in istituto. Non aveva mai avuto contatti con uomini. Io, poi, che sono pure brutto, non devo averle fatto un grande effetto all’inizio. Con mia moglie è stato tutto più veloce. Ma oggi siamo una famiglia consolidata”.
Come la descriverebbe, sua figlia?
“Come una bambolotta. La sua tata dell’istituto ci disse subito che era ‘clever’, intelligente. E di fatto lo è: dopo dieci giorni dal suo arrivo, già ci capiva. Adesso che ha quasi tre anni parla italiano. L’abbiamo operata per il labbro leporino, insomma ha avuto le sue sofferenze, oltre quelle legate all’abbandono. Ma è fantastico vedere quanto sia felice oggi”.
Che cosa si aspetta dal futuro?
“Che ci chieda delle sue origini, che faccia domande: noi le diremo tutto”.
Siete gelosi?
“Lo siamo stati quando è arrivata da noi e amici e nonni non hanno capito subito che troppa gente intorno non le faceva bene, perché non capiva chi fossimo, quali adulti prendere come punto di riferimento. Oggi è tutto a posto. A parte le persone che ci dicono quanto siamo stati generosi a prenderla con noi. Non è così, è il contrario. Ma il pregiudizio sul fatto che chi adotta è una persona più buona delle altre, alla fine lo accettiamo. Consapevoli di essere solo due persone che hanno scelto una strada diversa davanti a un ostacolo”.
Romagna Mamma, sull’adozione, ha raccontato anche le storie di Maria Costanza Bazzocchi e dei suoi figli haitiani, così come la storia di Rita Benzoni e dei suoi bimbi etiopi.
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