Ma l’italiano si insegna ancora? E soprattutto, si studia? Mi pongo questa domanda quando ricevo un messaggio di un tale che scrive: “Arrivederci ha presto” e non è un refuso.
Nelle nostre scuole ormai si insegna l’inglese alle elementari, per non parlare dell’informatica o dell’ecologia; i nostri bambini e ragazzi sanno tutto sui problemi degli orsi polari alle prese con il riscaldamento globale, lo sanno in inglese e lo leggono sul tablet, ma non saprebbero scriverlo correttamente in italiano. L’italiano è ancora una materia fondamentale per ottenere una licenza, un diploma o una laurea? Mi dicono che, agli esami per l’accesso alla professione di avvocato o addirittura per la magistratura, la metà delle prove scritte vengono scartate, non per inesattezze giuridiche, ma per errori grossolani di sintassi e grammatica.
Quello che più colpisce è anche il fatto che, abituati a smanettare sullo smartphone, i ragazzi ormai non conoscono neppure più l’ortografia delle parole. Tutto questo perché sul telefono usano, per ore e ore tutti i giorni, una nuova lingua formata da: acronimi, slang, italiano, inglese, neologismi. La vera sciagura però sta nel fatto che a scuola non si batte più sulla conoscenza e l’uso della lingua italiana e non si valuta, nello studente, la capacità di interloquire, argomentando in maniera corretta e ricca un racconto, una dimostrazione, un’analisi. Escono dai licei persone che non saprebbero scrivere un “report” (relazione) o dibattere un’opinione.
Già ai tempi del vecchio “cioè”, degli anni ’70 e ’80, era stata inferta una mazzata micidiale alla nostra lingua, con le frasi che partivano in un modo, continuavano in un altro e finivano nel nulla, ma ora si è raggiunta una povertà di linguaggio da far rivoltare nella tomba quel povero Dante, nato 750 anni fa. Per imparare l’italiano servono i dettati, i riassunti ed i temi (ortografia, grammatica e sintassi, creatività) e, soprattutto, serve leggere dei buoni libri; tutte cose che non esistono quasi più o che sono presenti in maniera assolutamente insufficiente.
Addirittura ci fu un signore, che è stato anche ministro della Cultura (ahinoi!), tal Veltroni l’Africano, che arrivò a lanciare un’invettiva in televisione contro il tema nelle scuole superiori, dicendo che andava sostituito con prove multimediali per sviluppare la creatività degli alunni.
Ma quali prove multimediali!! Se non si conosce e non si sa usare la lingua non si può sviluppare nessuna creatività; sarebbe come voler suonare Rapsodia in Blu di Gershwin senza aver mai preso lezioni di musica e non saper usare il pianoforte.
Il modello futuro di uomo (o donna) italiano dovrà per forza essere quello di Lapo Elkann, che viaggia nel Jet-Set internazionale, si muove benissimo nel mondo anglosassone, frequenta donne dagli Urali al Canada, ma non sa mettere assieme un soggetto con un complemento oggetto e considera il congiuntivo qualcosa che ha a che fare con gli occhi?
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