violenza bambiniC’è la donna che un mese fa, a Lecco, ha ucciso le sue tre figlie. E quella che a Pontedera ha addirittura reiterato il reato, sbarazzandosi di due neonati. Ed è proprio questo, l’assassinio dei neonati, il caso più frequente nell’ampia casistica degli infanticidi. Storie drammatiche che saltano agli occhi della cronaca non così raramente come si potrebbe pensare e sulle quali sono puntate anche le attenzioni dei medici. Mario Di Fiorino, primario di psichiatria dell’Asl Versilia, è un esperto in materia, avendo effettuato perizie su figlicidi di vario tipo.
Dottore, spesso si parla di “sindrome di Medea” richiamando la tragedia di Euripide: è giusto?
“No, penso sia fuorviante e limitativo. Il teatro e i miti greci piacciono molto agli psicanalisti ma qui siamo davanti a vicende molto particolari, non etichettabili sotto uno stesso nome. Medea, per esempio, uccide i figli per farla pagare a Giasone. Di certo tra i casi di figlicidio c’è anche quello in cui ci si libera del bambino per attaccare il padre. Ma è solo una delle varianti”.
Chi uccide i propri bambini è una donna “normale”?
“Se pensiamo che la depressione colpisce il 20-25% delle donne almeno in una fase della loro vita, capiamo come anche donne all’apparenza normali possano arrivare a gesti così estremi. Chiaro, però, che chi uccide i figli spesso ha altri problemi: vive una marginalità sociale, oppure soffre di una psicopatologia che fa vedere la gravidanza e le fasi successive con lenti annerite. Oppure è talmente fragile e vulnerabile da non sopportare l’idea che il figlio stia male, che abbia una malattia, che nella vita possa soffrire. Insomma, il quadro è complesso”.
Si può fare prevenzione?
“Credo di sì. Io noto una grande attenzione, da parte dei servizi, alla fase della gravidanza. Esistono i cosiddetti ‘percorsi’ e proposte di ogni tipo, tra cui per esempio i corsi di training autogeno, per sostenere la madre. Ma una volta uscite dall’ospedale, dove restano il minimo indispensabile, le donne che hanno partorito sono lasciate sole. Spesso i compagni o i mariti sono fuori tutto il giorno a lavorare. E il maternity blues, che è frequente nei primi giorni di vita del bambino, può davvero approfondirsi a dismisura”.
Che cosa si potrebbe fare?
“Penso a visite psicologiche e psichiatriche alle mamme, penso ad una presenza più intensa del medico di base nella vita di chi ha appena partorito. Il puerperio è una fase delicata, spesso i disturbi bipolari delle donne si manifestano proprio in questo difficile passaggio. Se raddrizzassimo le antenne, forse saremmo più capaci di cogliere certi segnali”.
Ci sono anche i padri che uccidono i figli: un fenomeno simile o diverso?
“Quello che riguarda le madri è un fenomeno più ampio perché sono loro ad avere in genere il peso della cura. I padri uccidono i figli per motivi non così diversi: depressione, marginalità. Spesso si tratta di omicidi-suicidi”.
Castiglione delle Stiviere è l’ospedale psichiatrico giudiziario dove sono detenute anche le donne che hanno commesso infanticidio. Da anni si parla di chiuderlo, al pari delle altre strutture dello stesso rango. Come la vede?
“Sono anni che il tormentone prosegue ma ogni volta assistiamo ad una nuova proroga. Finché non saranno realizzate strutture decentrate in grado di offrire un’alternativa, non ci sarà soluzione. Dove saranno inserite queste donne?”.