L’odissea di Marlise Munoz è finita. La donna, 33 anni, in coma irreversibile in seguito ad un aneurisma cerebrale che l’aveva colpito lo scorso 26 novembre, era tenuta artificialmente in vita dall’ospedale texano John Peter Smith perché incinta (di 14 settimane al momento del malore). I medici, nonostante il marito avesse rivelato che la volontà di Marlise sarebbe stata quella di staccare i macchinari in una circostanza simile, si erano appellati alle leggi del Texas le quali proibiscono di “negare un trattamento salvavita” ad una paziente che porta un bambino in grembo.

Alla fine il marito – che lavora nel campo della sanità come la donna e quindi è in grado di prestare un consenso ragionevole e informato – si è rivolto alla magistratura e il giudice R. H. Wallace Jr. ha ordinato all’ospedale rimuovere i supporti che tengono artificialmente in vita Marlise Munoz, la quale era già, in pratica, clinicamente morta. Il caso ha diviso a lungo l’America. Gli anti-abortisti e i vari movimenti per la vita sono insorti anche se ci sono ragionevoli probabilità che l’incidente abbia compromesso le funzioni vitali del feto.