Una sentenza esemplare, se rapportata al panorama delle leggi e delle regole della giustizia italiana. Una ramanzina, se paragonata ai valori fondanti della vita. La vicenda arriva da Torino ed è dolorosissima: la pronuncia della Corte di appello sui pirati della strada che a bordo di un’auto il 3 dicembre 2011 investirono e uccisero sulle strisce pedonali il piccolo Alex Sgrò, 7 anni, e ferirono gravemente il padre. I magistrati hanno sostanzialmente confermato la pena di primo grado infliggendo agli imputati, Alessandro Cadeddu, 35 anni, e Francesco Grauso 27, rispettivamente dieci anni e otto mesi e nove anni e sei mesi.
I due dopo l’incidente (“un urto violentissimo”, sottolinea la sentenza) non si fermarono perché, scrive la Corte, “avevano come unico obiettivo raggiungere il pusher per potersi ‘fare’, la guida sconsiderata era finalizzata ad ottenere la droga“. “Hanno proseguito nella marcia – sottolineano i giudici nel motivare le aggravanti – a velocità rilevante, anche dopo l’incidente, dimostrando un’indifferenza totale” e fino a quando non sono stati scovati dalle forze dell’ordine hanno continuato tranquillamente la loro vita di tossicodipendenti preoccupandosi solo di nascondere l’auto e di simulare un atto vandalico per allontanare i sospetti.
La decisione della Corte di appello, chiariscono i giudici, non è stata presa “per motivi emozionali” ma perché “distruggere un’intera famiglia” è “un fatto “di estrema gravità” e la quantificazione della pena non doveva essere mantenuta “a livelli non certo minimali”. “Non si tratta di una sentenza grave e punitiva – concludono le toghe – ma del lineare concatenarsi di una responsabilità molto grave”.
Questa la spiegazione giuridica, i motivi di una sanzione tutto sommato anomala in un sistema che offre più di una via di fuga ai colpevoli anche di reati maggiori. Resta un dubbio più esistenziale, più umano: ma dieci anni a testa per aver ucciso un bambino e, come hanno ribadito i giudici, aver “distrutto una famiglia”, in quella maniera non sono un po’ pochi? E infine, un ultimo interrogativo: tra indulti, buone condotte e premi vari, fra quanto torneranno a piede libero quei due?

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