Raptus di gelosia? Lui che era un bravo ragazzo e all’improvviso è diventato un mostro? Nulla di tutto ciò. Chiedetelo a Riccardo Iacona, il giornalista di Rai Tre e conduttore di Presadiretta che domani sera alle 21 a Ravenna (Anfiteatro Banca Popolare di Ravenna, Piazzetta R. Serra) sarà ospite di Linea Rosa per presentare il suo libro “Se questi sono gli uomini” (Chiarelettere). Il tema è più che attuale che mai: femminicidio. 
Iacona, lei che rappresenta il mondo dei media, come vede il fatto di scoperchiare un fenomeno così a lungo taciuto? Non si potrebbe scatenare il cosiddetto effetto-imitazione?
“Credo che una buona narrazione da parte dei media sia fondamentale per superare una lettura superficiale del femminicidio: i casi di donne uccise dai propri uomini non sono storie d’amore andate a male. Ci dicono molto di più sulla libertà, sul ruolo della donna nel nostro Paese. Raccontarle è come portare all’attenzione la vicenda di un’unica donna: c’è un filo che lega tutte queste morti”.
Qual è?
“Un Italia ostile alle donne, una condizione femminile insostenibile dove l’idea di fare carriera ed essere mamma al tempo stesso è ancora giudicata male. Il comune denominatore è un apartheid femminile dove si pensa che il corpo della donna possa essere violato”.
Le donne che racconta hanno uno status simile?
“No, sono partito dalla Sicilia per arrivare in Lombardia. Le storie che racconto sono di tutte le zone d’Italia e di tutte le classi sociali. Questo ci dice che conta molto di più capire quali sono le motivazioni sporche a tal punto da spingere un uomo a punire la propria ex con la morte. Sono quasi sempre omicidi intenzionali, annunciati, detti, scritti e poi eseguiti. Non facciamo l’errore di considerare questi uomini dei pazzi”.
La caccia alle streghe, quindi, è fuorviante?
“Assolutamente sì. Se si crea un conflitto tale che prevede la punizione con la morte, è più che mai urgente capire le motivazioni che stanno dietro ad un apparente attacco di gelosia: è quello che ho cercato fare tramite la mia inchiesta giornalistica. L’interesse a farlo è di tutti, non solo delle donne. Quella della violenza sulle donne è una delle poche questioni nazionali da cui dipende il nostro futuro come Paese”.
Le coscienze si stanno svegliando o c’è ancora troppa omertà?
“Tra i protagonisti non c’è omertà, spesso i familiari delle donne uccise erano al corrente delle minacce, sapevano delle denunce per stalking. Il silenzio è piuttosto nel Paese in generale, che fa un’opera di rimozione tale da assomigliare più ad un Paese del Nord Africa che ad un territorio che confina con la Francia. Questo bisogno di non far sapere al mondo cosa succede è nocivo”.
Induce ancora alcuni a giustificare gli omicidi ricorrendo a terribili motivi scatenanti, per esempio il fatto che le donne provocano gli uomini?
“Purtroppo sì, si parla di mancanza di valori nelle famiglie, di donne che si emancipano troppo. Sono stupidaggini che nascondono il vero nocciolo della questione, ovvero che non viene accettato che la donna si stia conquistando sempre più spazi di libertà, anche sul terreno dell’intimità. Questo ritardo e questo gap sono evidenti: ma invece di promuovere politiche attive per ridurlo, che cosa facciamo? Celiamo il fenomeno”.
La televisione come potrebbe intervenire?
“Cambiando il lessico, prima di tutto. Il linguaggio fatto di cuoricini, di mostri, di gelosie serve a nascondere la necessità di un dibattito politico. Ma voglio sperare che qualcosa si stia muovendo: il solo fatto di riconoscere il femminicidio come un fatto che necessità di un’assunzione di responsabilità a livello nazionale è un primo passo”.
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